domenica 29 novembre 2009

A PRESTO!

Vado via fino al 2!
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giovedì 26 novembre 2009

NEW YORK, TENTA DI SGOZZARE SUO MARITO "CRUDELE" CHE LE FACEVA MANGIARE MAIALE

Per questa demente incoranizzata non era abbastanza "buon musulmano" per i suoi gusti.

Staten Island-NY - perché non era il pio musulmano che credeva di avere sposato e che in più la incitava a mangiare maiale ed a bere alcol, una donna di 37 anni, di origine pakistana, ha tentato di sgozzare suo marito mentre dormiva. In una confessione scritta di 4 pagine, Rabia Sarwar racconta gli episodi di crudeltà psicologica ed emozionale che l' avrebbero portata, ieri mattina, a volere sgozzare suo marito, Sheikh Naseem, che insegna matematica all'istituto universitario Susan Wagner di New Brighton nello stato di New York. “Ho fatto tutto il possibile per tagliargli la gola ma si è svegliato ed è riuscito a togliermi il coltello„ si può leggere nella deposizione. Secondo l'avvocato della signora Sarwar, Sheik Naseem era un uomo crudele che aggrediva sua moglie. Alla vigilia dell'incidente l' avrebbe letteralmente minacciata di fare mutilare i suoi genitori. Rabia Sarwar, di origine pakistana, ha dichiarato agli inquirenti che cinque mesi fa quando le hanno presentato il marito per un matrimonio arrangiato, Sheik Naseem si era presentato a lei come un musulmano praticante. Ma è stato soltanto dopo il matrimonio che ha potuto scoprire la vera personalità di suo marito, che, ad esempio, prima di conoscerla aveva frequentato soltanto dei non musulmani e che considerava anche Salman Rushdie come uno dei suoi autori preferiti. Di più l' avrebbe forzata a condursi in modo che va contro le sue convinzioni religiose: “Mi obbligava a fare cose che non gradivo come mangiare maiale, bere alcol, portare abiti che la scoprivano troppo e facevo tutto ciò che chiedeva perchè fosse felice.„ (Fonte: Per la pace e l'amicizia tra i popoli , 30/10)
Ieri, alle 3 di mattina, Rabia Sarwar “sì non ne poteva più„ ed ha aggredito suo marito addormendato lacerandogli il collo varie volte, la guancia e la mano destra con un coltello gridando “ è l'ora per te di morire! „ e “i tuoi bambini saranno orfani! „, riferendosi ai due bambini che ha avuto da un primo matrimonio. Dopo essere riuscito ad afferrare l'arma dalle mani di sua moglie si é accorto che lei aveva nascosto tutti i telefoni di casa, allora é corso dai vicini per chiedere aiuto. Quanto a Sheikh Naseem ha dichiarato in un'intervista al giornale The Post che sua moglie aveva molte difficoltà ad adattarsi allo stile di vita americano: “Provava a fare come me, ma poi andava a dire ai suoi genitori che era uscita per bere un bicchiere con me e con questo sua madre ha iniziato a fare osservazioni scortesi nei miei confronti. „ Intraprenderà fin d'ora le pratiche di divorzio ma non crede che sua moglie debba essere condannata alla prigione: “È una demente ed ha bisogno di un trattamento in un ospedale psichiatrico. Le auguro soltanto del bene per la sua vita futura. Spero che potrà uscirne. „

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CONVERSIONI DALL'ISLAM AL CRISTIANESIMO


EGITTO: DINA 15 ANNI CHIEDE AIUTO A OBAMA

In questa lettera scritta a mano in Arabo (vedere sopra), postata in vari siti copti, Dina (nella foto col padre) si lamenta dei cattivi trattamenti inflitti alle minoranze religiose dal governo egiziano e chiede a Barack Hussein Obama la sua mediazione.

“Signor Presidente Obama,
siamo una minoranza in Egitto. Siamo mal trattati. Ha detto che la minoranza musulmana in America è molto ben trattata, allora perché non siamo trattati qui allo stesso modo? Siamo imprigionati nella nostra casa perché i musulmani religiosi hanno chiamato all'omicidio di mio padre, e adesso anche il governo ci rinchiude, siamo prigionieri nel nostro paese. „ Dina aggiunge " io ho soltanto 15 anni, ma spero tuttavia che il mio messaggio giungerà al presidente Obama„
La famiglia El-Gowhary si è vista impedita dalle autorità di lasciare l'Egitto il 17 settembre 2009, senza alcuna ragione giuridica. Gli hanno detto, tuttavia, che l'ordine veniva da un'alta autorità.
Dina, è la figlia di Maher el-Gowhary, conosciuto anche sotto il suo nome di battesimo Peter Athanasius. La famiglia ha segretamente abbracciato il cristianesimo 35 anni fa. Ma nell'agosto 2008, ha lanciato una procedura contro il governo egiziano per potere modificare ufficialmente il suo nome sui suoi documenti per dichiarare la sua nuova identità cristiana (perchè nel moderato Egitto c'è la voce religione nei documenti!, ndr) . Ha perso il suo processo nel giugno 2009. Secondo il decreto del giudizio, la conversione religiosa di un musulmano è contro la legge islamica della charia e costituisce una minaccia “all'ordine pubblico„ in Egitto. Ha fatto appello a questa sentenza.
Peter e Dina vivono nella clandestinità da quando ha depositato tale reclamo, perché le autorità religiose musulmane lo hanno dichiarato apostato e molte fatwa (editti religiosi), chiamando “a versare il suo sangue„ sono state emesse. Cambia spesso di nascondiglio, per evitare di essere ucciso, e degli amici gli forniscono gli alimentari. “Non possiamo dormire, mangiare o uscire in strada„, dice. Peter pensa che le autorità esercitino pressioni su lui e Dina, affinché si riconvertano all'islam.


GRAN BRETAGNA, GUAI A CHI DIVENTA CATTOLICO

La deriva della politically corectness britannica arriva persino a generare forme odiose di discriminazione nei confronti dei cristiani. È accaduto ad una donna, – che chiamerò Ms. Brown –, da tempo impegnata nell’attività di affidamento di minori. (…) I guai, infatti, cominciano quando le viene affidata una ragazza sedicenne – a cui diamo il nome di Miryam – sottratta alla famiglia d’origine musulmana. (…) Quando Miryam chiede, infatti, di farsi battezzare, le autorità comunali competenti sulla vigilanza dell’affidamento contestano alla donna di aver violato i propri doveri di affidataria, tra cui quello di «preservare la fede religiosa della ragazza» e di «usare la propria influenza per impedire il battesimo». Ad aprile dello scorso anno le autorità dispongono che alla ragazza venga interdetta la possibilità di frequentare la chiesa per sei mesi, affinché possa riconsiderare «in maniera più saggia» la denegata ipotesi di diventare cristiana. A Ms. Brown viene ingiunto di scoraggiare, in qualunque modo, la ragazza dal partecipare a qualunque tipo di attività religiosa, persino semplici eventi sociali. qui

Su Unpoliticallycorrect e Per la pace e l'amicizia tra i popoli altri post su "donne e islam" (e non solo).
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BARBIE IN BURQA


Per il 50e anniversario della Barbie, una vendita si tiene in Italia una vendita all'asta. Fra i modelli presentati, anche delle Barbie vestite con il burka. "Penso che sia molto importante che le bambine, ovunque siano, possano giocare con una Barbie che dà loro la sensazione di rappresentarle", questa la "strabiliante" dichiarazione di Angela Ellis, proprietaria della collezione.La superficialità occidentale nell'approcciarsi alla condizione dei diritti della donna nei paesi islamici, é spaventosa. C'é chi crede che "burqa é bello" o che lo considera un capo di vestiario" estroso" che le donne musulmane indossano con grande piacere. Ma dal paese del burqa per antonomasia, l'Afghanistan, i racconti che ci giungono sono orribili per la crudeltà e la ferocia contro il genere femminile: sono storie di segregazione, violenze sessuali anche in tenera età, torture e abusi di ogni genere, mutilazioni. Al punto che le donne in quei paesi preferiscono cospargersi di benzina e darsi fuoco, é un inferno che dura pochi minuti, quasi una liberazione se confrontato all'inferno in cui hanno vissuto tutta la loro vita."Mi sono data al fuoco perché i miei genitori mi torturavano, mi picchiavano sempre. Non avevo altre scelte che il fuoco per sfuggire da loro. Avevo 10 anni quando mi sono sposata" racconta una giovane ragazza. "Avevo 7 anni quando mi sono sposata, ma non ho avuto bambini prima dei miei 12 anni. Sono madre di quattro ora. Mio marito è un tossicomane…" racconta un'altra ragazza ustionata. Sotto il regime talebano, le donne non avevano i diritti di lavorare né di studiare, ma oggi, otto anni dopo la loro "ritirata", le donne continuano a soffrire. I gruppi di difesa delle donne dicono che le violenze domestiche e le discriminazioni sono frequenti e le donne non hanno generalmente accesso alla giustizia. Il divorzio è raramente possibile in un paese in cui l'80% delle donne è costituito da analfabete. Di più la giustizia islamica in vigore in Afghnistan favorisce gli uomini. Una donna deve potere provare che suo marito non soddisfa i suoi bisogni vitali su un periodo sufficientemente lungo o che abusa di lei al punto da mettere la sua vita in pericolo. Ha anche bisogno di testimoni e deve chiedere l'accordo del suo coniuge per divorziare. Inoltre, non avrà probabilmente la custodia dei suoi bambini, ed è spesso ciò che conduce le donne al suicidio. Ecco ditemi voi, quale ragazzina sana di mente, desidera sentirsi rappresentata da tutto questo orrore. Per noi donne occidentali libere e fortunate, una bambola con il burqa é un "gingillo" stravagante, ma per le donne musulmane, che il burqa lo pagano sulla propria pelle, con sofferenze atroci, é il simbolo del loro inferno quotidiano. (Fonte: Orpheus, 24/11 )
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mercoledì 25 novembre 2009

ECCO MAXXI, IL MUSEO DI ROMA NATO TRA MILLE ENTUSIASMI E TROPPE PERPLESSITA'


La prima settimana di notorietà del Maxxi, il nuovo museo d’arte contemporanea di Roma firmato dall’archistar anglo-irachena Zaha Hadid, è ormai alle spalle. Nonostante l’apertura vera e propria avverrà la prossima primavera – con le mostre inaugurali, durante le quali la struttura svolgerà la sua autentica funzione – si può dire che questa preview sia stata un grande successo, di pubblico e di critica. Noi ci siamo stati e confessiamo di non aver superato alcune perplessità, alcune di fondo e altre di merito, nonostante il clima circostante inducesse decisamente all’entusiasmo.
Prima di tutto la struttura è architettonicamente contraddittoria. È, cioè, interessante e innovativa a livello progettuale, ma manca di vari requisiti essenziali. Andiamo con ordine. Innanzitutto la rivendicata capacità di integrarsi con l’ambiente preesistente pare quantomeno opinabile. Se da un parte è apprezzabile la volontà di far sopravvivere una parte della facciata della caserma demolita, dall’altra non sembra che le linee dell’edificio si sposino con il contiguo paesaggio urbano. Pare, invece, che lo incrocino per antinomia. C’è chi dice: è proprio quello il bello. Sarà, ma continuiamo a credere che il difficile per un architetto sia integrarsi veramente nel tessuto preesistente, non distaccarsi in modo narcisistico concependo un corpo estraneo.
L’impressione è che il Maxxi di Zaha Hadid sia fatto apposta, quasi fosse una fotomodella, per esser ritratto con aura ammiccante e suggestiva, tale da ammaliare il visitatore o ancor di più il lettore del magazine à la page. E indubbiamente se ci si isola – sentendosi per un attimo abitanti della Luna e non cittadini di Roma – si subisce il fascino di questa “astronave” e se n’è subito attratti. Ma varcato l’ingresso su via Guido Reni si è immediatamente colpiti dalla strana atmosfera che caratterizza gli esterni. Provando a sostare in amabili conversari nei pressi dell’entrata, quella sensazione diviene più chiara: dove siamo? Sotto lo svincolo della tangenziale o all’ingresso di un museo? Crediamo di poter essere facili profeti nel prevedere una revisione prossima ventura: l’incombere minaccioso dell’immane struttura non ispira certo accoglienza, ma al contrario diffidenza e preoccupazione. (Fonte: L' Occidentale, 22/11)


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VIDEO DI SS&C DI VARESE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE

In occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne l'agenzia di comunicazione SS&C ha realizzato un video di sensibilizzazione, che offre alle associazioni, ai blogger e a tutti coloro che vorranno diffonderlo e farne uso.

Il video si pone davanti alla violenza che colpisce le donne non come problema sociale da denunciare, ma come male storico che affligge la nostra società da secoli.

La scelta di questo taglio ha un motivo preciso: tutti siamo responsabili, perchè tutti, in qualche modo siamo complici del disprezzo, della riduzione del corpo femminile a merce, di una "cultura" che a parole si dice progredita, ma nei fatti tollera e nasconde.

Ecco allora che i segni della violenza sfigurano non volti presi dalla cronaca di oggi, ma ritratti femminili che la tradizione occidentale ci ha tramandato attraverso una cultura pittorica vecchia di secoli.

Della bellezza della donna, omaggiata e fissata nell'arte, il video di SS&C fa emergere il lato oscuro: mogli, sorelle, figlie, tutte le donne offese e dimenticate.

Perchè non succeda più.

La violenza sulle donne è dentro la nostra storia, recita il cartello finale, il vero capolavoro sarebbe cancellarla.



Grazie a Giada! Leggi tutto ...

domenica 22 novembre 2009

"TRADURRE IN EGITTO I TESTI EBRAICI PER CONOSCERE LE TRAME DEL NEMICO"

Tempesta in vista, fra gli intellettuali in Egitto, dopo che la poetessa egiziana Iman Mersal ha permesso che uno dei suoi libri venisse pubblicato in ebraico (“Geografia alternativa”, tradotto da Sasson Somekh, per i tipi della Hakibbutz Hameuhad publishing house). Come può – ci si domanda – un qualunque autore egiziano superare questo limite, sfidare gli ordini dell’Associazione Scrittori e demolire le basi su cui viene condotta la battaglia contro la normalizzazione con Israele? Nell’ultimo round di questa pubblica diatriba è intervenuto lo scrittore e critico Jaber Asfour, direttore del Centro Nazionale Egiziano per la Traduzione (il titolo si riferisce alle sue dichiarazioni, ndr). Lo stesso istituto di Asfour è finito sotto accusa per la decisione di permettere che libri in ebraico venissero tradotti in arabo, sulla base di un accordo stipulato pochi mesi fa dal presidente egiziano Hosni Mubarak e dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, nei giorni in cui il ministro della cultura egiziano Farouk Hosny era in lizza per il posto di direttore generale dell’Unesco. Alla fine Hosny non è stato eletto, cosa per la quale non ha esitato ad accusare Israele (e non meglio precisate lobby israeliane). Ma il programma di traduzioni è rimasto in piedi. In un’intervista a un’importante rivista letteraria egiziana, “Akhbar Al Adab”, Asfour ha affrontato il concetto di “normalizzazione”. “Normalizzazione – ha detto – indica un atto dal quale chi lo commette ricava un vantaggio economico o spirituale. Questo non è accaduto nel caso di Mersal”. In altre parole, la poetessa non ha preso denaro per aver concesso che il suo libro venisse tradotto in ebraico. (Fonte: Liberali per Israele, 20/11)

Iman Mersal scrive prevalentemente sull’oppressione delle donne in Egitto, sulla sua infanzia e sulla sua vita degli immigrati.

(ndr: Egitto e Israele sono legati da un trattato di pace dal 1979)
È lo stesso argomento con cui Asfour ha difeso la sua convenzione per la traduzione di libri dall’ebraico: nell’intervista sottolinea il fatto di non aver firmato nessun accordo con case editrici israeliane, garantendo così “che il denaro pubblico egiziano non finisca in mani israeliane”. Le traduzioni in arabo, ha precisato, vengono invece fatte da ditte straniere a partire dall’inglese o dal francese. Se normalizzazione significa vantaggio economico, è stato chiesto ad Asfour, cos’è il “vantaggio spirituale”? Ha risposto: “Se ad esempio i giornali israeliani scrivono di te in modo favorevole”.“Ma questo non è un criterio – ha obiettato Mohammed Shair, l’intervistatore – Dopo tutto, se Ha’aretz domani dovesse scrivere bene di lei per quanto riguarda il suo ruolo culturale in Egitto, dovremmo allora accusarla di normalizzazione?”. “No, non è quello che penso – è stata la risposta di Asfour – Ma se avviene nel contesto di una cooperazione fra me e loro, allora sì che è normalizzazione”. Asfour ha poi tracciato una distinzione fra tradurre dall’ebraico all’arabo e tradurre dall’arabo in ebraico. “Dobbiamo conoscere il nemico – ha spiegato, a giustificazione delle traduzione in arabo di opere ebraiche – per capire i suoi punti forza e i suoi punti deboli, cosicché si possa sapere come pensa e che cosa trama contro di noi”. E nella direzione opposta? “Preferisco che le traduzioni in ebraico non vangano fatte col consenso dello scrittore. Se poi ci rubano la nostra letteratura, è un’altra faccenda”. Asfour perlomeno assolve da un peccato, chi è implicato nell’aborrita normalizzazione con Israele. Costui, dice, “non è necessariamente un traditore”. “Tuttavia – aggiunge – egli agisce contro il consenso nazionale, il quale considera la normalizzazione culturale come l’ultima arma che abbiamo per affrontare gli israeliani. Noi intellettuali abbiamo il diritto di dire ‘no’, finché non vi sarà una pace giusta. Ma se uno di noi vìola il consenso, noi non lo definiremo traditore”.Beh, è già qualcosa.
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